Quando riusciamo ad esprimere in modo chiaro ed efficace le nostre opinioni (o i nostri sentimenti), senza prevaricare gli altri o esserne prevaricati, allora si dice che siamo persone assertive. L’obiettivo generale del comportamento assertivo è quello di migliorare le relazioni sociali, specialmente nei casi in cui le relazioni siano conflittuali o quando si hanno esigenze diverse che devono essere messe a confronto.
Il comportamento assertivo è quindi la capacità di utilizzare la modalità di comunicazione più adeguata in base al contesto. Questo vuol dire che non esiste una risposta assertiva giusta in assoluto. In generale un comportamento è assertivo quando:
- Si riesce ad esprimere in modo onesto i propri bisogni, emozioni ed opinioni
- Questa espressione è in relazione ai propri obiettivi (si ha ben chiaro in testa cosa si desidera)
- E’ un’espressione adeguata e coerente alla situazione in cui ci si trova, rispettando i diritti degli altri
- Avviene senza che si provi particolare rabbia, vergogna o imbarazzo, senso di colpa. Si mantiene una buona opinione di sé anche quando non è possibile raggiungere ciò che si desidera
Tuttavia, molti di noi avranno sperimentato nella vita quanto sia più probabile sperimentare stili comunicativi del tutto diversi. Quando non riusciamo ad essere assertivi infatti, tendiamo ad assumere prevalentemente un comportamento di tipo aggressivo o passivo. Vediamoli brevemente insieme:
Un individuo adotta un comportamento passivo quando:
- Non esprime i propri bisogni emozioni ed opinioni
- Viene condizionato ed influenzato
- Ha un’elevata ansia sociale
- Non difende i propri diritti e tende a subire
Un individuo adotta un comportamento aggressivo quando:
- Si impone, negando i diritti altrui
- E’ scarsamente empatico (non è interessato e non rispetta bisogni, opinioni, desideri e emozioni altrui)
- E’ ostile ed imprevedibile
- Non ammette di aver sbagliato
Poiché è dalla concezione che si ha di se stessi che dipende in larga parte il nostro stile di comunicazione, l’autostima e il concetto che ha una persona ha di sé gioca un ruolo molto importante in questo contesto.L’autostima si forma a partire dai primi anni di vita attraverso le esperienze vissute, le relazioni precoci, l’apprendimento e l’educazione ricevuta.
L’immagine di sé, riflessa dalle persone importanti (genitori, familiari, insegnanti, amici…), è uno dei fattori che aiutano a determinare il grado di autostima. Per questa ragione sarebbero da evitare il più possibile le “etichette” (ad esempio: “tu sei un bambino sempre buono —> io sono sempre buono, quindi non mi è concesso di sbagliare mai!”).
Un’altro elemento che influenza largamente il nostro stile di comunicazione è il pensiero disfunzionale, ossia tutte quelle credenze e convinzioni irrazionali che non aiutano a raggiungere il proprio benessere e il raggiungimento dei propri obiettivi, e che se non trattati correttamente ci portano a commettere azioni infattibili (e per questo vi rimando all’articolo su Act e Mindfullness). Esempi di pensieri disfunzionali sono il dogmatismo (“Devo assolutamente” “non dovevo proprio..”), l’insopportabilità (“Non tollero che…” “E’ insopportabile che lei…”), i giudizi totali (“io sono/lui è uno stupido”).
Tali pensieri disfunzionali, una volta individuati, possono essere messi in discussione insieme allo psicologo e trasformati attraverso un processo chiamato “ristrutturazione cognitiva”. Questa ristrutturazione sarà dunque il primo passo per cambiare il nostro modo di comportarci con gli altri, alla ricerca di stile comunicativo più efficace e funzionale al benessere individuale e relazionale.
D.ssa Cristina Giovannetti







